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RUGBY IN CARROZZINA MA CHIAMIAMOLO MURDERBALL

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Si è tenuto a Padova il 7 e 8 settembre presso la Tensostruttura dell’Oic di Padova, Campionato Italiano Sperimentale di Rugby in carrozzina, un torneo pieno di curiosità. E’una disciplina relativamente nuova nel nostro paese. Le squadre che hanno partecipato: Asd H81 di Vicenza, Asd Padova Rugby e Sportequal di Trieste, noi ceravamo.

Lo ammettiamo era la prima volta, che vedevamo questa disciplina, abbiamo trovato le partite molto belle, scontri maschi come si suol dire. Ci son piaciute le considerazioni di Andrea Canton ha saputo bene raccontare la sua esperienza di cronista e noi la riportiamo fedelmente:

 

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“ È uno sport duro. Maschio. Lo chiamano persino “murderball” – palla omicida. Tanto per capire di che cosa stiamo parlando. Nei campi dove di solito i maschietti giocano a basket e le femminucce a pallavolo, grazie a questo sport scorrono in un unico torrente sudore, testosterone e, talvolta, persino sangue.

Perché il rugby in carrozzina è sì uno sport per disabili. Anzi, nacque, nel 1976, partorito dalla mente di alcuni ragazzacci canadesi, proprio per rendere le cose più facili ai disabili più disabili degli altri, dato che, nel mondo raffinato del basket in carrozzina, i paraplegici le suonavano regolarmente ai colleghi tetraplegici. Ma in questa pratica brutale, ma sempre corretta, emerge con estrema chiarezza quello che lo sport paralimpico vorrebbe, e dovrebbe, sempre essere.

Non lo scimmiottamento dello sport dei normodotati. Non uno spettacolo pietoso dove gli atleti vengano compatiti per i loro limiti.

Ma uno sport. Solamente uno sport, dove ci si confronta, ci si scontra, si cerca in tutti i modi di superare il proprio limite e il proprio avversario, dove sputare l’anima, vincere o perdere e poi andare a bersi una birra insieme.
Non è uno sport per femminucce, il murderball. Non chiamiamolo rugby in carrozzina, perché non stiamo parlando di carrozzine, ma di veri carri armati, dotati di ruote rinforzate e protezioni laterali, carburati a proteine e cattiveria.
Si gioca in quattro contro quattro. Scopo del gioco è portare la palla in meta entro quaranta secondi: la pena è la perdita della palla. Gli attaccanti non possono tenere la palla più di dieci secondi, dunque, fondamentale è il gioco di squadra: i difensori, infatti, possono, nel limite della correttezza, opporsi fisicamente. Scontri tra carrozzine, placcaggi, persino ribaltamenti sono all’ordine del giorno.
Poiché è relativamente difficile impedire ai giocatori in attacco di segnare, la chiave del murderball è la difesa. Perché un giocatore bloccato nella sua corsa in meta, al momento giusto, può rappresentare il confine tra vittoria e sconfitta.

I padroni del gioco, finora, sono stati paesi di area anglosassone. A contendersi le palme olimpiche mondiali, sono stati in prevalenza gli australiani, gli americani, gli inglesi e i neozelandesi, cattivi quanto i colleghi rugbisti degli All Blacks.
Eppure, anche nel Bel Paese si sta iniziando a praticare il wheelchair rugby, con il primo campionato italiano sperimentale al via nell’autunno del 2013. Tre le squadre che si sfidano per il primo scudetto: ci sono l’Asd H81 di Vicenza, la Sportequal di Trieste e i padovani dell’Asd Padova Rugby.

Ha un futuro, questo sport, uno dei più seguiti a ogni edizione delle Paralimpiadi. Esattamente come il beach volley femminile lo è per le Olimpiadi.

E il motivo è semplicissimo: il rugby in carrozzina è dannatamente bello da vedere. La fisicità del gioco, i complessi schemi tattici, le azioni geniali dei registi prendono così tanto lo spettatore al punto di fargli dimenticare di avere di fronte a sé dei disabili. Ma il tifoso, impegnato con una mano a trangugiare pop corn e con l’altra a sventolare una bandiera, non vedrà di fronte a sé amputati, paraplegici, tetraplegici o affetti da varie forme di paralisi. Vedrà solo sport.

E non era questo, in fondo, lo scopo del dottor Ludwig Guttman, quando, nel ’48, fece uscire i portatori di handicap da case e ospedali per farli gareggiare in stadi e piste d’atletica, con i primi giochi di Stoke Mandeville, i “progenitori” del movimento paralimpico?”

 

Vale la pena di andare a gustarsi una partita.

 

Valter Nicoletti –  valternicoletti@disabilinauto.it

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